Genere Rock Blog

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Work in progress...

martedì 30 dicembre 2014

A proposito di Sindacati

Storia romanzata di un fatto realmente accaduto 

In un giorno qualunque di tanti anni fa, esattamente nel 1994. A quel tempo nell'aeroporto di Fiumicino operavano diverse ditte di pulizie, tra le quali l'allora "La Milanese" di Luciano Gaucci consociato "velatamente", o per meglio dire, operava coperto dalle ali e dalla grazia concessagli dal fu Bettino Craxi, amico suo, ma questo è solo un dettaglio per quei tempi certamente provocatorio e davvero poco chiaro. Comunque. Sempre in quel giorno qualunque di normale routine passata in parte a dover predersi cura dei propri interessi lavorando, doveva svolgersi la funzione sindacale della CGIL, con a capo a quel tempo Guglielmo Epifani. Il tema principale da discutere nell'ordine del giorno era: l'aumento della paga giornaliera di lire 10.000 per i lavoratori a tempo pieno (full time).

Ore 9:15 del mattino. Dialogo tra Mario (nome fittizio), assunto da poco e quindi a part time e quindi un poco spaesato, e Adriano (GR), assunto già da tre anni ma ancora a part time e che parlava un dialetto abbastanza simpatico, quando non gli rodeva per fatti suoi, infatti Adriano si esprimeva solo ed esclusivamente in romanesco, un romanesco della zona sua. 

«Adriano, che fai vieni alla riunione sindacale?»
«A riunione? ... quale riunione? ... adesso?»
«Sì, tra poco, inizia alle 9:30, mi sembra che si parli dell'aumento dello stipendio, 10.000 al giorno, sono pochi, però sempre meglio che niente, no?»
«Bah, che te devo da dì, a Mario, cio sai come a penso sui sindacati, er loro unico scopo è quello de guadagnà n'sacco de sordi senza lavorà e o'fanno coi fessi come noi per cui penso proprio che me ne stò qua, armeno nun me vedo preso n'giro n'antra vorta, dai a Mario, poi casomai me dici come è annata.»
«Ma dai Adrià, e vieni no? ... dai, così ti riposi un paio d'ore e poi mi fai anche compagnia, lo sai che sono qua da poco e con gli altri non è che ho molta confidenza, se parliamo di simpatia poi, lascia perdere va ... e dai non farti pregare.»
«Aoh, e vabbè, sa metti così poi me fai venì li sensi de corpa, vabbè dai va, finisco n'attimo qua, metto sta robba ner carello e poi annamo.»
«Ok d'accordo, meno male, ci voglio proprio andare perché pare che venga Epifani in persona a fare il comizio.»
«Ar comizio ce vié Epifani, in persona? ... annamo bene, te lo raccomanno quer racconta pappole, o sai c'ha fatto quarche tempo fa quer fregnacciaro?»
«Se io non c'ero, no di certo Adrià.»
«Ah già è vero, tu ancora nun c'eri, beh, o sai c'ha fatto ... sempre pe quanto a'riguarda sto fatto dell'aumento e sull'orari de lavoro?»
«No Adrià, ho sentito qualcosa in giro, ma non ho capito bene.»
«Beh, c'aveva promesso che c'avrebbe fatto prenne ste famose 10.000 lire, quelle de cui se deve parlà oggi e che ner caso mio e tuo sarebbero state solo a metà ...»     
«Ha, non sapevo che su questo argomento c'era già stata una riunione.» 
«Eh sì, c'è stata, c'è stata, ma ascorta però che nè finita, n'somma, ortre che a le 10.000 lire,  c'aveva promesso pure che c'avrebbe fatto aumentà l'orario da 4 ore a 6 ore, n'vece so passati più de du anni e sto biforco nun c'ha fatto prenne né l'una né l'artra cosa, quer pappolaro n'fame de Epifani, a Mario, ma che te credi che fa l'interessi tua, de noi che lavoramo, aoh, ma quanno mai.»
«Beh, Adrià, speriamo che oggi parli di qualcosa di concreto, anche io, per quel poco che ne so, non sono mai stato soddisfatto del lavoro dei sindacati, lì per lì sembra che vogliono risolvere le cose prendendoti per mano; "non si preoccupi ci penseremo noi, stia tranquillo" e tante belle cose, ma poi finisce tutto nel classico; "non si è potuto fare, altrimenti l'avrei fatto, oppure; ho provato di tutto ma ho le mani legate, queste leggi cambiano continuamente" ... scuse, soltanto scuse per spiegare la loro inefficienza.»
«Già, a Mario, proprio com'hai detto tu, vabbè dai annamo se dovemo annà che sennò famo pure tardi a forza de stà a chiacchierà.»

Mormorii di voci, quelle degli operai raggruppati nell'intento di farsi l'argo per prendere posto sulle sedie disposte nella stanza, appositamente adibita per ascoltare la voce tanto acclamata dell'oratore, capo della CGIL, Epifani, invocata a furor di discussioni sull'operato del sindacato, invocata a dissuadere gli animi febbricitanti degli operai più volte delusi nelle loro aspettative, da chi quelle aspettative l'avrebbe dovute realizzare.

«Fiiiuuu (fischio), aooooh, fate silenzio che sta'ntrà Epifani, aoh e daje m'pò, fate silenzio, no?!?» disse quasi gridando, dopo aver fischiato, un operaio che aveva preso posto nelle prime file, proprio davanti ai tavoli messi di traverso a mo di scrivania.       
«Aoohhh, ma che te strilli, a Macse, guarda che ce sentimo.» disse Adriano, rispondendo a Max, diminutivo di Massimiliano, che si alza dalla sedia e si gira guardando verso di lui. 
«Oooh, Adrià, te possino, ma che ce stai pure te, de solito nun vieni mai?!» 
«Eh lo so, cio sai com'a penso no? è che so venuto a'ccompagnà st'amico che sennò se sentiva solo, ah ah ah.» rispose ironicamente Adriano, riferendosi a Mario.
«Ha okkei, sì, ce lo so com'a pensi, Adrià, vabbè godemose sto spettacolo và che sta pe arivà. ... ma Adrià, senti m'pò, n'dò stai a lavorà, n'dò t'hanno messo, è da mò che nun te vedo.»
«Lassa perde và, cio na n'cazzatura che n'te dico, stò a pulì li cessi giù all'arivi, ecco n'dò m'hanno messo, sti balordi de capetti der caxxo, capito mo?.»
«E ho capito sì, tu fai er cattivo, Adrià, e t'hanno castigato sti n'fami, vabbè se sentimo dopo casomai, eccotelo tiè.»
«Okkei, a Macse, se sentimo dopo casomai.» gli rispose Adriano, scambiando il saluto con la mano con Max che si rimise comodo al suo posto, pronto ad ascoltare la sospirata voce.

Ed eccolo, Epifani. Saluti, qualche abbraccio, qualche sorriso smodatamente smagliante, elegante nel suo abito grigio quasi lucido, cravatta bordò sulla classica camicia bianca, dal cui polsino si intravedeva spuntare un orologio metallico, forse d'acciaio; brizzolato e ben pettinato, pareva uscito poco prima dal parrucchiere, almeno così sembrava. Infine espletati i dovuti preamboli, finalmente iniziò a parlare degli affari degli operai con tono caldo, fermo, deciso, pieno di speranza.          

«Aoh, a Mario, eccotelo qua er sor Epifani, sei contento? ... daje che stavorta ci'accontenta.»
«Speriamo Adrià, a me due soldini in più a fine mese mi fanno proprio comodo.» 
«A chi o dici?!? ... ciò quattro fii ... aoh, sta zitto a Mario, c'ha n'iziato a parlà.»

«... Sono convinto, signori miei, che questa volta non ci negheranno quello per cui ci siamo battuti per anni, i vostri diritti saranno rispettati, con gli organi competenti abbiamo avuto sempre dei buoni rapporti ...»

«E te credo, ve dividete er bottino alle spalle nostra.» commentò sottovoce Adriano rivolgendosi a Mario.

«... e non abbiamo intenzione di deludere anche questa volta le nostre e le vostre aspettative, come è successo in passato, è stato solo perché non eravamo abbastanza preparati e ci hanno teso un tranello, il tranello dei sottintesi, prendendosi gioco di noi, ma soprattutto di voi, cari signori, sì, è proprio così che quei signori pensano di noi come sindacati e di voi operai che arrivano a mala pena a fine mese, mentre loro se la spassano alla faccia nostra, sì, signori miei, è proprio questo quello che fanno, e la colpa non è di certo nostra che ci battiamo come sempre portando i nostri cuori al loro cospetto ...» 

«I sott'intesi de che, secondo me nun se so capiti co le spartizioni der bottino, pe'mme è così.» ribadì Adriano sempre sottovoce, rivolgendosi sempre a Mario.
«Sicuramente è così, Adrià, speriamo solo che non sia così anche questa volta.» replicò Mario sempre sottovoce rivolgendosi ad Adriano.

«... le 10.000, che come l'altra volta chiedemmo in aumento alla paga giornaliera, giusta, equa, sacrosanta, sarà questa volta una richiesta incondizionata, senza se e ... bla, bla, bla, bla, bla ...» e via discorrendo.

Nel mezzo del dibattito, le domande imperversarono facendo iniziare  il confronto Epifani vs operai, domande con molti ??? e seguenti risposte di tipo velocemente brevi e non del tutto chiare. Sgattaiolare dalle pressanti domande legittimamente poste dagli operai sembrava essere il suo più stressante impegno. Frasi elaborate che alla fine non dicevano nulla, frasi ingannevoli nell'esprimere nei loro modi poco chiari le proprie ragioni, ma che comunque per come erano presentate tiravano spesso a sé l'applauso. Pregio che solo un esperto oratore, ammaliatore di masse, poteva avere. Uomini di intelletto, gli oratori, i quali conferiscono concetti che impongono con la loro autorevolezza, sfoggiando la loro cultura da sapienti, usando termini ai molti sconosciuti, dichiarando insieme ad essi solo mezze verità per confondere la natura del loro vero scopo.

Infine, l'oratore Epifani, espresse quel suo concetto, promettendo ciò che come un marchio rimase impresso nelle menti di tutti gli operai presenti.              

«... vi prometto, signori, qui, adesso, che non faremo un passo indietro, e alle 10.000 lire, che vi sono state già negate qualche tempo fa e che invece vi aspettano per sacrosanto diritto, non verrà toccato neanche di un centesimo, 10.000 lire chiederemo e 10.000 lire otterremo! ... le otterremo, cari signori, cari lavoratori, perché noi non siamo marionette, ma siamo persone oneste, corrette, impegnate a far sì che i diritti del lavoratore siano rispettati! ...  otterremo le 10.000, perché lavoreremo affinché questo possa accadere, questa è la mia promessa! ... bene signori, penso di avervi detto tutto quello che dovevo dirvi, per cui abbiate speranza e vedrete che le cose volgeranno a nostro e vostro favore siatene certi. ... L'appuntamento è tra un mese esatto, signori, e quando ci rivedremo vi porterò senz'altro l'allegato contrattuale da firmare, state certi che se non accetteranno le nostre richieste combatteremo fino a che le avremo ottenute ... bla, bla, bla, bla,  bla ...» e via discorrendo, fino a che il dibattito ebbe finalmente fine.

«Bah, che ne pensi a Mario?»
«Mah, da come ha parlato sembrerebbe che non ci siano dubbi, ottenere quei soldi sembra una certezza, altrimenti credi che si sarebbe preso quella responsabilità?»
«Quale responsabilità, a promessa c'ha fatto? a Mario, ma che credi ancora ae favolette? ... pe'mmè, t'ho detto, a me questo nun me dà fiducia pe'gnente pe'gnente e de sicuro quarche m'piccio o fà de certo, poi t'ariva co' qua parlantina che te m'bambola e sti cojoni che lo stanno a sentì ce credono pure.»
«Ma dai, ammazza come sei negativo Adrià, diamogli un poco di fiducia no?»   
«È sempre successo così, se voi dajela te a fiducia, dajela pure, io l'ho finita tutta, nun ce n'ho più manco n'anticchia. ...Vabbè a Mario, a festa è finita riannamosene a lavorà và, armeno er lavoro c'avemo, pe' resto, aoh, chi se né frega, nun me né pò fregà de meno a Mariooo.»
«Scusa, Adrià, ma per quanto riguarda l'aumento delle ore, come è andata a finire poi, non ne è stato fatto più niente? ... e come mai non ne ha parlato?»
«Ecco appunto, o vedi? ... a parlato solo e sortanto de na cosa, avoja a dijelo, ha' sentito pure te quanno je l'anno domannato, no? ... e mica solo na vorta, a Epifani ma ste ore n'più, ma de che, muto come n'alice.»
«Infatti, quando glielo hanno chiesto, il discorso è stato sempre deviato con altri discorsi, che a dire la verità non è che ci ho capito poi molto.»
«Ecco, n'fatti, era quello che te volevo dì, a Mario,  questi dei sindacati so vorpi travestite da omini, niente de più, niente de meno, capito mo? ... daje, n'camminamose va.»

Le speranze, per ottenere quel piccolo contributo da parte delle aziende, era molto discusso dagli operai, i quali, spesse volte delusi dalle aspettative promesse, incentravano i loro discorsi più sul legittimo dubbio, che sulla risoluzione finale dei loro diritti. Ripresero il loro lavoro dopo quella speranzosa pausa, un poco confusionaria, con la certezza che almeno il posto di lavoro e con esso lo stipendio acquisito non sarebbero mai stati toccati. ... Da quel giorno della promessa ne passarono, non uno, ma due di mesi, e il malcontento era già nell'aria, l'agitazione degli operai per il prolungato periodo era pressante, frenetica, finché cominciarono a scambiarsi frasi farcite da insulti, tra chi difendeva e chi accusava, l'atmosfera era diventata pesante ancor prima del discusso incontro con chi aveva promesso ma che già sul periodo, l'appuntamento, non era stato di parola. ... Gli operai entrarono di nuovo nella stanza della promessa con la speranza che almeno l'intento fosse stato mantenuto. Quasi tutti a sedere e come quel giorno la scena si ripresentò. ...

 ... Questa volta però, l'illustre oratore, si fece attendere più del solito, molto più del solito, già, far attendere una persona che ha già chiaro in testa cosa ribattere per difendere la propria posizione, è una tattica che chi detiene il potere di decisione adopera per disgregarla, quella convinzione; l'uomo in attesa, prima fermamente convinto dei suoi ideali, col passare del tempo d'attesa, comincia a sminuire i suoi ferrei motivi, e più passa il tempo e più li sminuisce, ragiona fra se e se, su cosa è meglio per lui, solo per lui, ed alla fine pur di portare a casa un minimo di quel che si era prefisso, cerca di giudicare con leggerezza, arretratezza, trovando in qualche modo ragionevoli, quasi condividendo, le scusanti su quella cosa per cui aveva deciso di combattere, la sua posizione, il suo ideale.  

«A'rieccoce, a Mario, a'ricomincia er teatrino.»
«Già, ma quando arriva Epifani, è già mezz'ora che aspettiamo.»
«È nà tattica caro amico mio, l'attesa fa sorge li dubbi e più passa er tempo e più t'annienta l'idea che c'hai nei confronti da vorpe, a fine vince sempre lei, a vorpe.»
«... Ah, intendi la volpe di Epifani.»   
«E chi sennò, Epifani, e tutti l'artri come lui, li sindacati so così, pareno diversi perché se siglano diversamente, ma poi a magnà e a beve a faccia nostra ce vanno tutti insieme, e rideno pure, se sganaciano da e risate; ah ah ah, ma che cojoni st'operai credeno a tutto quello che je dimo, ah ah ah, en'tanto loro lavoreno e noi famo li sordi a palate sulle spalle loro, de quei cojoni ah ah ah ...»
«Oh, Adrià, ma che sei stato a mangiare con loro, che sai tutte queste cose?»
«Ma che sta'ddì, a Mario, ma che se matto, era solo na mia 'nterpretazione de quello che po succede tra de loro, senz'artro più vera che farza, e poi seppure fosse, starei qua co' ttè? ... a Mario.»
«No di certo, domanda stupida, scusa»
«Ah ecco, e me sembrava ... malimortè aoh, è passata più de n'ora e questi se stanno pure an'cazzà de brutto ... ma quanno viè st'omo de curtura a piacce de novo n'giro, tra n'po dovemo ritornà a lavorà e questo ancora nun se fa vede, boh.»
«Sì, infatti è proprio strano, tutto questo ritardo secondo me dipende da qualcosa che non va. »
«Sicuro, t'ho detto prima no? ... l'attesa te fa ragionà strano, a fine accetti più volentieri le caxxate che te racconta la vorpe, pe nun datte quello che t'aveva promesso de datte, t'ho detto, è na tattica.»
«Ah eccolo, finalmente, Adrià ... ma come mai tutti zitti?»
«Ah ah, t'ho detto er perché, tiè, se so pure arzati tutti n'piedi, l'oratore inizia, stamo a sentì st'artre fregnacce che c'ha da dicce.»

E rieccolo lì, Epifani. Modesti saluti, nessun abbraccio, solo qualche sorriso, spento, appena accennato, sempre elegante, smodatamente elegante, nel suo abito ora marrone, cravatta bordò, forse la stessa della volta scorsa, sulla camicia bianca tendente al rosa, dal cui polsino ora trasluceva un orologio color d'oro, anzi era d'oro, tutto d'oro, sembrava fosse un Rolex, anzi lo era, da far pensare che l'orologio indossato in precedenza, in abbinamento al vestito grigio, non avendoci fatto troppo caso, non fosse proprio d'acciaio, tutto abbinato e comunque molto costoso; brizzolato e ben pettinato come al solito, e come al solito pareva uscito poco prima dal parrucchiere, pronto per la sua missione, pronto a dare il suo contributo nel rappresentare elegantemente quegli speranzosi, ora azzittiti, operai, almeno elegante lo era davvero. Quello che invece non lo era, era la sua espressione, cupa, afflitta, e senza troppi preamboli, iniziò di nuovo a parlar degli affari degli operai con tono molto basso e remissivo, il che non presagiva nulla di buono.

«... Signori, miei cari tesserati, miei cari operai, vi ringrazio di essere qui, ovviamente mi scuso per essermi fatto attendere, ma le circostanze hanno richiesto riflessione, attenta riflessione ... riflessione dovuta dal fatto che purtroppo le cose, per ovvi motivi legati all'inflazione, alle tasse da pagare a cui sarebbero state soggette le aziende, non sono andate proprio come volevamo ... » quelle parole sollevarono all'istante la protesta degli operai che in modo confuso ne chiedevano le ragioni. «... calma signori, calma, non è come pensate, vi prego fatemi finire di parlare, e lasciate chi vi esprima il mio concetto ... è vero, è stato perso qualcosa, poiché dal lavoro che abbiamo fatto trattando con i rappresentanti della ditta e con i fautori del contratto nazionale dei lavoratori, abbiamo ottenuto sì l'aumento ....  » sospiri di sollievo e farfugliamenti di soddisfazione fecero sì che l'oratore Epifani riprendesse gli operai, i tesserati. «... vi prego signori, datemi il tempo di finire! ... Dicevo, che abbiamo ottenuto sì l'aumento della paga giornaliera ma non l'abbiamo ottenuta nella sua interezza, cioè, invece di 10.000 lire ne abbiamo ottenute solo 6.000 ... » e fu di nuovo confusione, domande impellenti, imprechi sul perché di quella decisione presa senza prima interpellare gli operai, nell'accettare la proposta oppure no. «... vi prego, signori, vi prego, per favore, un attimo di silenzio, e vi spiegherò il motivo di questa mia sofferta decisione, la quale consiste sul fatto che se non avessi accettato subito le loro condizioni non avremmo ottenuto in avanti nessun tipo di aumento, né di ore, le quali sono tutt'ora in discussione, né di soldi, neanche di 1.000 lire, per cui cari signori, cari operai, ho preferito prendere questa, seppur obbligata, decisione senza prima chiedervi il consenso, perché rifiutare l'offerta per ciò che non avremmo mai ottenuto è stata reputata controproducente sia per il sindacato che vi rappresenta, sia per le vostre aspettative di lavoratori, ed è stato proprio per questo che si è prolungato di un mese il nostro appuntamento di quest'oggi e bla, bla, bla, bla, bla ...»

«Eccotelo là tiè, che t'havevo detto? ... a fine sé fatto l'affari sui, e che poteva esse diversamente?!»
«Beh, meglio 6.000 lire che niente, no Adrià?»
«Ah, sì certo, è mejo da na leccata ar barattolo voto che nun leccà pe niente, a Mario, a parte che pe noi due so a metà, ma questi so vorpi, ha contrattato, certo che ha contrattato, ma solo na misura in cui se sarebbero divisi e 4.000 lire che so rimaste, quelle c'hanno deciso in accordo de nun dacce.»
«Dici? ... cioè delle 10.000 lire che avremmo dovuto prendere noi, cioè quelli a tempo pieno, hanno deciso di guadagnarci sia quelli del sindacato e sia quelli della ditta facendola risparmiare? »
«Mhm, certo che c'hai na perspicacia a Mariù, che metti paura.»
«Dai, non mi prendere in giro, certo che se è davvero così sono proprio dei mangiapane a tradimento.»
«Noo, mica so così, a Mario, questo nun'è niente a confronto de li giochi che fanno co resto dell'operai che c'hanno sotto controllo co la scusa da tessera.»
«Perchè tu non ce l'hai la tessera? ...»
«Ma de che, pure a tessera, e che nun gn'abbasta arubbasse li sordi a sto modo, e poi a Mario, io nun sto co nessun sindacato, pé mme so tutti na merdaccia d'omini, capaci solo d'approfittase de chi c'ha problemi, de chi c'ha bisogno d'aiuto e che nell'ignoranza s'affida a loro, a sti rappresentanti der cassio che nun pensano artro che a fà sordi, a vestisse bene, a portà l'orologgi d'oro, de platino, avè macchinoni, frequentà ristoranti de lusso, mignotte a tutto spiano e via discorenno.»
«Già, mi sa che è proprio così, è proprio come dici tu, si dev'essere senza dubbio così ...»
«Aoh, ma che stai a cercà de convincete da solo, man'dò vivi a Mario, a mia era solo retorica, na cantilena vecchia come l'anni de mi nonna, e che te credi che è da adesso che succede così, a Mà.»
«No, no, certo, però mi chiedo, come mai se è così da sempre gli operai si affidano ancora a loro? .. ecco questo è quello che più mi sorprende.»
«Eh, è na parola risponnete ... vabbé ce provo và, dunque ... perché so cojoni, forse?»
«Sono coglioni in che senso?»
«Nel senso de cojoni, a Mario, a coscienza nun ce l'hanno, nun ce l'hanno mai avuta, e nun ce l'avranno mai, ecco perché so cojoni.»
«No scusa, fammi capire bene, essere coglioni è perché non si ha coscienza?»
«Sì, na cosa der genere, n'somma, ma che te devo spiegà tutto, ma c'hai fatto prima de sto lavoro, n'dhai vissuto, sotto l'ala de mamma papera? eh, eddai a Mariù.»
«Sì, una cosa del genere , Adrià ... vedi io sono laureato in scienze politiche e in giurisprudenza, per cui ho passato molti anni a studiare, e per forza di cose ho passato quegli anni proprio come dici tu, sotto le ali di mamma papera, mia madre che è ormai piuttosto anziana, io ho 40anni e mi sono laureato in ambedue le discipline a 35 anni, quindi non ho avuto esperienze lavorative tali da farmi addentrare nel mondo dei sindacati e dei problemi che hanno i lavoratori a causa loro. Per cui sì, il tuo sospetto è fondato.»
«Cacchio, a Mario, ma davero ciai du laure? ...»
«Lauree, e non laure, comunque sì, è vero se vuoi te le porto domani e te le faccio vedere.»
«No, ma de che, me fido, me fido, è che sta storia è davero brutta, ner senso che dovresti avecce un lavoro adeguato alla tua curtura, e n'vece stai a fa le pulizie a sta gente che je potresti magnà n'testa, me dispiace pe'tté Mariù, me dispiace proprio.»
«No, tranquillo Adriano, non è il caso che tu ti affigga per me, questo è quello che passa il convento Italia e bisogna accettarlo per quello che è e che da.»
«Mah, scusa a Mà, ma non è che so proprio tanto d'accordo co quello c'hai detto.»
«In che senso non sei d'accordo.»
«Nel senso vero e proprio della frase c'hai detto, cioè, perché dovresti accontentarti di quello che passa il convento quando ciai la possibbilità de fa artre cose per cui te sei impegnato co anni de studi? ... ecco, è questo che nun me sconfinfera.»
«Sì, ti capisco benissimo, infatti è anche quello che mi son chiesto anche io all'inizio, ma poi la risposta si è presentata da sola, senza che facessi troppi sforzi per capire il perché.»
«Mhm, e cioè?»
«Ma, come Adriano, ora sei tu che non sai dove stai vivendo? ... ti dice nulla la parola nepotismo, parentato, favoritismo e via discorrendo?»
«Eeeehhhh, avoja, e che voi che nun cio so? ... cia a stessa trafila de qua vecchia de mi nonna, quella de prima ... e che stavo a pensà ar fatto tuo, ciai du laure, a Mario, o voi capì?»
«Eh, sì certo che lo capisco, ma per caso vuoi dirmi qualcosa che non so?»
«No, no per carità, nu me permetterei mai de dì na cosa a chi ne sa più de me.»
«Ma cosa dici Adriano, non devi cambiare atteggiamento nei miei confronti solo perché hai saputo che ho due lauree, altrimenti mi fai pentire di avertelo detto.»
«Beh, er fatto è che ho preso coscienza che ciò a che fa co un laureato e no co no stracciarolo, è questo er fatto, no che tu ciabbia motivo de pretenne più rispetto de n'antro che nun ce l'ha, ma perché penso che l'omo de curtura, se è sincero, ner senso che se ne avvale pe trasmette sana curtura anche all'artri e no fuffa che serve solo all'affari sua, je se deve armeno un minimo de rispetto in più .. ecco, solo pe questo, ma è pure pe questo che me domando perchè sto rispetto pur se minimo nun te viè riconociuto e sei costretto a fa lavori che effettivamente nun te competono perchè nun ciai studiato.»
«Sì, ho capito, e ti ringrazio, Adriano, è una bella analisi del problema, ma che non lo risolve, forse perché in Italia funziona proprio così, e non ci si può fare nulla, non si può raddrizzare una cosa che di per sé all'origine e nata storta.»
«Quanto te capisco, a Mà, n'somma come la giri la giri sempre n'ciulo all'ortolano va!»
«Pare proprio di sì, caro Adriano.»
«Però, me viè da pensà, ma nun è che st'ortolano c'ha preso gusto a piallo n'ciulo???»
«Ah ah ah, mi sa proprio di sì, Adrià, te possino, ah ah ah ah ...»

Fine da storia ...

§GR§